LUCIANO MARRUCCI
Novelle, Racconti, Piccole Storie
 





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Preghiere per i piccirulli


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La penna
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Melagrana


Teatro

Nova Abbazia


La nostra
"Galleria"



 

QUATTRO LEGGENDE


- La leggenda del Cavaliere Mur

- La leggenda del Principe Padule

- La leggenda del pastore Nadir

- La ragazza che aspettava un nome

 

La leggenda del cavaliere Mur

Molti anni addietro, ma quanti non si sa, la luna si abbassò. Si abbassò fino a toccare il mare. Dalla luna fu visto scendere, anzi sbarcare, un cavaliere. Cavalcando un cavallo verde come la fiamma del fosforo, percorse la strada di luce che in quel momento congiungeva la luna con la terra, come se fosse stato calato sul mare un ponte levatoio d’argento. Lui si fermò sulla riva del mare solo per raccogliere una conchiglia circondata di guglie e di cuspidi bianche; l’accostò al suo viso per ascoltare. O forse per dirle qualcosa. Poi galoppò, galoppò. Nessuno potrebbe dire il cammino che fece per trovare quello che cercava e per cercare quello che trovò.
In mezzo al Sahara, che è l’asciutto fondale del gran cielo, vide finalmente la Rosa del deserto, la figlia della roccia e del vento. Fu qui che il cavaliere Mur fermò il suo cavallo, verde come la fiamma del fosforo. Intorno a questa pietra seppellì, strappando dal suo mantello i cinque fermagli, cinque semi di dattero che avevano il colore e la durezza dell’ambra. Dopo aver deposto la conchiglia al suo fianco, cadde in un sonno che fu lungo come la sua corsa.
La luna si abbassò più volte sul deserto fino a toccare con le sue vele bianche le grandi onde di sabbia per riavere il cavaliere. Gli sollevò più volte turbini più forti del vento. Riuscì solo a rapirgli il mantello che ora volteggia nel cielo ed è eclissi ogni volta che il mantello di Mur passa davanti alla luna.
Quando il cavaliere si svegliò, una grande selva di palme si era formata nel disegno della Rosa e in mezzo alle piante di dattero c’erano case che avevano guglie e cuspidi come le hanno le conchiglie marine. E’ l’oasi di Mur; chi la trova non l’abbandona più. Lui stesso sparisce agli occhi dei suoi e invano si incamminano carovane alla sua ricerca, perché, dicono gli arabi, la freccia nel cielo, la barca nel mare e il passo del viandante nel deserto non lasciano traccia.

 

La leggenda del Principe Padule

Questo ragazzo, di nome Padule, venne alla luce prima del tempo. Lui non conobbe la madre perché quando lui nacque fu causa morte per lei che lo dette alla luce.
Aveva sett’anni quando comparve il suo male: a volte un tremore scuoteva il suo corpo; allora volgeva gli occhi all’indietro e diceva parole che non avevano senso per chi l’ascoltava. Un vero peccato che un figlio di rara bellezza facesse paura a chiunque sapesse del mal della luna…
Decisero insieme di averlo lontano. A dodici anni appena compiuti, come fu bravo a montare a cavallo, fu dato a un vecchio scudiero, che lo portasse ad una piana allagata, perché la sua gente diceva che aveva un angelo nero al suo fianco (o forse di dentro).
Giunto sul labbro del lago, così gli parlò quel vecchio scudiero: “Mi spiace, ragazzo, lasciarti qui da solo; questa è la cetra per la tua compagnia, questa è la spada che occorre per via e questo è l’anello del tuo principato. Ragazzo, mi spiace; io spero per te che resti al tuo fianco un angelo bianco”.
Cacciato dal regno, bandito dai suoi, errò vagabondo per trenta e più cicli di luna. “Quello che vedo”, disse a quel lago, “cielo non pare e terra nemmeno. Son ritornato nel ventre materno e qui voglio dormire per il tempo che ancora mi manca, dato che nacqui prima che fossero nove i mesi compiuti”. La luna lo vegliò, la luna lo sanò e lui decise di non staccarsi mai da quella terra.
C’è chi l’ha visto col suo mantello rosa, c’è chi l’ha visto col suo mantello nero; il principe Padule compare all’alba, in pieno giorno e quando la notte è fonda.
E c’è chi dice di sentire, a volte, tra i giuncheti un suon di cetra; pare un arpeggio che sembra incominciare una canzone.

 

La leggenda del pastore Nadir

Viveva in Oriente un pastore sapiente. Nadir, si chiamava. Pur non avendo mai contato le pecore del suo gregge, le conosceva tutte ad una ad una.
Molte erano tutte e tutte erano molte e, non sapendo più inventare un nome per ciascuna, lui le chiamava coi nomi delle stelle. Lo riconoscevano tutte da vicino e da lontano e non c’era nessuna che non cercasse le sue mani più della biada scelta, più della lupinella in fiore. Strusciando il loro vello sul fianco, avevano imparato con questo stesso gesto a dargli una carezza e averla anche da lui.
Ma come venne il tempo di caligini dense e di nebbie lanose, e si levò la corsa dei venti inseguiti che hanno voci e richiami assai difficili ad intendere insieme, vide che gli mancò tra tutte una costellazione intera: l’ariete più bello, l’ariete più forte e le sue dolci compagne. Dove saranno? Cento e più volte le chiamò per nome. Le chiamò sul rio della profonda valle; dai sentieri della collina perché l’ariete tornasse; dalle frontiere dei boschi perché lui conducesse le sorelle. Ma dove saranno?
Scrutò perfino in cielo dove scorrono le candide ombre di tutte le mandrie.
Nadir tolse tutti i campani dal collo dei capomandria e li legò ai rami di un salice rosso per dare una voce ai venti della sera.
Attese poi a lungo. E invano supplicò.
E come fu sicuro che non ci fosse nessuno che lo sentisse ormai, pianse a dirotto per questo tradimento.
Poi, ripensando quanto fosse ingiusto il suo dolore, giurò davanti al sole che non avrebbe più cercato e avrebbe abbandonato le pecorelle vaghe ad un destino infame ed errabondo.
Come decise di fare ritorno, lo seguivano le altre, moge moge; molte ora gli sembravano poche, perché soltanto tutte sono molte.
Vide l’ovile. E il vincastro gli sfuggì di mano… L’ariete più bello, l’ariete più forte era là, quieto e accoccolato, e intorno le sorelle a testa china a digrumare la noia di una troppo lunga attesa.
Non erano nel gregge, ma erano nell’ovile. Sorrise il pastore sapiente sulla sua sapienza. Chi cercava lo stava aspettando. Chi aveva chiamato non poteva venire perché era già giunto. Era arrivato prima di lui chi aveva pensato lontano.
Questo sorriso lo rese più sapiente ancora.

 

La ragazza che aspettava un nome

La chiamavano la figlia dell’orda, perché era nata da una donna che faceva la cuoca ad una banda di soldati di ventura. Sette mesi questi uomini erano rimasti in un casolare di campagna abbandonato per via della peste.
Quando ritornò la stagione delle guerre, suo padre partì con tutti gli altri. L’unica cosa che fece prima d’andar via fu quella di piantare un ciliegio sul ciglione che guardava la valle. Disse: “Questo ciliegio mi farà da segnale quando ritornerò per dare un nome alla creatura che nascerà; ritornerò per mangiare le ciliegie”.
Come crebbe, la figlia venne a sapere che suo padre era in giro per il mondo e sarebbe tornato per mangiare le ciliegie; ma intanto, un nome, non ce l’aveva.
Da piccina non era stata portata al Fonte perché suo padre non era tornato per darle un nome; il ciliegio fiorì e fece ciliegie rosse e polpose, ma lei non ebbe il Crisma sulla fronte e non fece la Comunione come le altre, perché non era stata al Fonte dove si mette un nome.
Un giorno sua madre le parlò così: “Ascolta: il ciliegio è grande, ma lui non si vede; vado a vedere se lo vedo. Io, bisogna che vada; ma tu ricordati del ciliegio”.
E così rimase sola, senza nessuno che la potesse chiamare per nome. Un giorno sentì suonare le campane a festa; dopo tre doppi ci fu una campanina che suonava a sola e pareva chiamasse proprio lei. Allora prese il velo e, tutta scalza, corse verso la Pieve; ma sulla porta trovò uno con cappa e sanrocchino che le disse: “Tu in chiesa non ci puoi entrare prima di ricevere i sacramenti”. Lei sospirò: “Per ricevere i sacramenti devo prima entrare in chiesa e per entrare in chiesa devo prima ricevere i sacramenti… Come sta?”. Una donna la chiamò a parte e parlò chiaro: “Ma lo sai o non lo sai che non sei cristiana e sarà difficile che tu trovi uno che venga a cercarti per sposarti? Prega almeno che si facciano vivi i tuoi genitori!”.
Passava ore ed ore sul ciliegio ad aspettare che suo padre tornasse per darle un nome. Anche di notte saliva sull’albero; di giù, a volte, la vedevano restare sopra fino a che la luna non rimaneva impigliata sui rami. I suoi occhi erano fissi su tutti i sentieri della valle; perché non sapeva da che parte lui dovesse tornare.
Le ciliegie, le venivano a mangiare i passerotti, i merli e i colombi. Ma di dove venivano questi colombi?
Quando capì che né suo padre, né sua madre sarebbero più tornati, disse: “Sventura! Sventura a questa creatura!”. E non si asciugò più le lacrime.
Morì che il ciliegio non aveva vent’anni, per una spina che s’era conficcata in un calcagno, dato che andava sempre scalza. Un boscaiolo che passava da quelle parti, la trovò sdraiata nella capanna con una croce di gelso in mano.
Allora segò un ramo del ciliegio e ci fece delle tavole che mise insieme a formare una bara. E così sistemò la morta in una grotta di tufo. Ma il legno non era stagionato e allora dai suoi nodi cominciarono a grondare lacrime come gocce d’ambra.
Due anni passarono ancora prima che una cercatrice d’erbe vedesse questi nodi che parevano occhi che piangessero ancora. Chiamò gente a vedere. Quando andarono per aprire, s’accorsero che le api avevano stuccato con la cera tutte le fessure della bara. Levato il coperchio, sentirono un profumo d’acacia e di tiglio. S’accorsero che le pecchie avevano fatto un favo di miele proprio al suo fianco e sulle sue labbra videro delle stille di miele. Più fresca e più bella di così una fanciulla non poteva essere.
Allora il popolo si riunì sul sagrato della Pieve per sapere dal prete cosa fosse giusto fare e pensare. C’era in quei giorni in canonica un vecchio maestro che aveva insegnato cinque anni a Pavia e quindici a Salamanca; e tutti domandarono a lui se bisognava fare qualcosa e cosa. Prima di parlare, li guardò ad uno ad uno. “Così, su due piedi, non ho una risposta per voi; ma se avete deciso che io decida per tutti, bisogna che io passi una notte in preghiera e un giorno a pensare. Dovete tornare all’ora dei Vespri, domani”.
Dopo aver passato una giornata a pensare ed una nottata a pregare, fece suonare la campana del Vespro e così parlò il vecchio maestro: “Questo accade sul legno verde: che i nodi sembrano piangere. Ma cosa significa questo per voi? Significa che questi occhi piangono su di voi, figlie di Gerusalemme, piangono per voi che non avete saputo piangere su questa figlia del popolo. Quanto alla cera che ha chiuso la sua bara, vuol dire che madre natura ha provvisto a dare sepoltura a questa creatura. Due poi sono i significati delle stille di miele che sigillano le labbra. Uno è che dalla bocca venne su gli altri la sapienza che è dolcissimo sostentamento dell’anima. L’altro è che la persona tanto olezzò del profumo di castità, che le sue labbra ebbero per le api il richiamo di un fiore; il secondo mi pare meglio s’adegui a questa ragazza”.
Gli domandarono se poteva essere sepolta in camposanto e se bisognava suonare a morto.
Rispose: “Se il camposanto è per i battezzati allora seppellitela in chiesa! Vi dico, però, che è battezzata. E come, ve lo spiego così: c’è il Battesimo d’acqua ed è quello che tutti noi abbiamo ricevuto; c’è poi il Battesimo di sangue ed è quello dei martiri; c’è infine quello di desiderio ed è quello che ha ricevuto questa figlia di Dio. Portatela in Chiesa e non suonate a morto; suonate a festa!”
Allora si formò una processione di popolo; dodici ragazze, che si davano il cambio, portarono la bara fino alla Pieve, mentre le campane suonavano a festa. Fu posta in un’urna vicino all’altare della Madonna, dove giace ancora intatta.
La misero a nome Fiorella. Fiorella in quella Pieve è invocata contro la grandine, i fulmini e i turbini della tempesta e viene onorata come protettrice degli alberi da frutto e di tutto ciò che ha nome fiore.